Politica e Sanità
16 Gennaio 2014Si chiude con una sentenza a favore di AssoGenerici la vicenda che ha visto l’associazione contrapporsi alla Multinazionale Pfizer. Al centro della contesa, durata quattro anni, è stato lo latanoprost, farmaco Pfizer indicato per ridurre la pressione intraoculare. Il brevetto è scaduto nel settembre 2009 ma, secondo l’istruttoria avviata dall''Antitrust, la multinazionale ha ritardato l''ingresso sul mercato dei farmaci generici, commettendo un «grave illecito concorrenziale». In seguito alla denuncia di Ratiopharm Italia, azienda interessata alla produzione del generico, prese l’avvio una battaglia legale che portò, nel gennaio di due anni fa, a una multa di 10,6 milioni comminata a Pfizer per abuso di posizione dominante. Una sentenza del Tar Lazio ribaltò la decisione dell''Antitrust, che però è stata infine riconfermata dalla sezione sesta del Consiglio di Stato, il cui dispositivo è stato reso noto il 15 gennaio scorso. Soddisfatto per il risultato, importante per AssoGenerici e il comparto industriale che rappresenta, il presidente dell’associazione Enrique Häusermann ammonisce a una riflessione sull’utilizzo distorto del sistema di tutela brevettuale: «a causa di una normativa nazionale non chiara, è stato possibile attuare tattiche dilatorie che hanno ritardato l’apertura alla concorrenza, da tempo denunciate anche da un’indagine conoscitiva della Commissione europea. Tutto questo, oltre al danno per le aziende del nostro comparto, si è tradotto in un mancato risparmio per il Servizio sanitario – e quindi per tutti i cittadini – accertato dall’Antitrust in 14 milioni di euro». Secondo Häusermann, è necessario allineare immediatamente la normativa italiana a quella europea: «il primo nodo da affrontare è l’eliminazione di quelle norme che, vincolando le procedure autorizzative per i farmaci equivalenti alla risoluzione di controversie su presunte violazioni della proprietà industriale e commerciale, determinano un ritardo all’ingresso nel mercato pregiudizievole per la concorrenza».
Renato Torlaschi
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