Politica e Sanità
03 Marzo 2014Il comparto salute si esalta nel Rapporto Istat 2013 su dati del 2011. Il valore aggiunto pro capite balza in alto, sia nella farmaceutica per l’industria manifatturiera sia nella sanità per il settore servizi. L’industria farmaceutica presenta altissimo valore aggiunto per ciascuno dei 62 mila dipendenti della filiera: 131 mila euro ad addetto contro un costo di 68 mila annui, indice di competitività di costo 191, il più alto registrato tra tutti i settori (manifatturieri più servizi). Nella chimica delle materie plastiche ad esempio lo stesso indice scende a 141, nell’informatica a 100. La stessa competitività di costo ad addetto si rivede, nel mondo dei servizi, solo nel settore sanità, con indice 154, anche se per valori ben più piccoli: 37 mila euro di prodotto per 27 mila di costo unitario. Sul Rapporto Istat si è soffermato Massimo Scaccabarozzi presidente di Farmindustra al convegno milanese Motore sanità organizzato da Fondazione Cariplo. Con particolare riferimento al peso dell’export italiano, Scaccabarozzi ha dettagliato che «fatta cento la competitività dell’industria farmaceutica italiana, il resto del comparto hi-tech ha una competitività di 72 e il resto del manifatturiero di 61; per quanto riguarda invece intensità di ricerca e sviluppo (voce che comprende gli investimenti in ricerca ndr), fatto 100 il nostro settore, l’indice per l’hi tech italiano è a 44 e per il resto dell’industria manifatturiera è a 17. Siamo secondi solo alla Germania per produttività ad addetto, e del resto costiamo al Ssn 11 miliardi e ne rendiamo 13 in termini di ricchezza più altri 17 con l’export». Scaccabarozzi a questo punto si sofferma sulla direttiva transfrontalieri il cui decreto di recepimento è stato appena approvato in Parlamento. «Volenti o no, alcune regioni dovranno rimuovere gli attuali vincoli. Perché le nostre strutture possano attrarre pazienti dall’estero, bisognerà far trovare sul nostro territorio e nei nostri ospedali farmaci innovativi che al momento, a seconda delle regole regionali, possono essere approvati in commercio con ritardi fino a due anni e mezzo». Di segno opposto l’intervento di Silvio Garattini farmacologo dell’Istituto Mario Negri che traccia un quadro fosco – ma a legger bene non solo a livello italiano – per l’industria e chiede un cambio di mentalità pure ai governi: «Dove, come in Italia, non si fa prevenzione, le cure si sono andate medicalizzando. E invece, in molti campi, di farmaci non abbiamo più bisogno, mentre 6 mila malattie rare e le antibiotico resistenze aspettano risposte. I 70 milioni di fondi Ue in sette anni per la ricerca? Non sono tanti distribuiti in sette anni tra gli stati membri; e il nostro paese, avendo pochi ricercatori, avrà di meno».
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