Politica e Sanità
07 Marzo 2014Non è troppo tardi: se si adottano protocolli minimi i cui effetti possono però essere rilevanti è ancora possibile invertire la tendenza verso l''antibioticoresistenza. È un ottimismo ragionato, quello espresso dai Centers for disease control and prevention (Cdc) sulla scorta di un recente studio che indica che ci sono ampi spazi di miglioramento. In certi ospedali americani i medici ricorrono agli antibiotici in quantità tre volte superiore rispetto ad altre strutture simili. Inoltre lo studio rileva potenziali errori in circa una prescrizione di vanomicina su tre, in particolare per il trattamento delle infezioni del tratto urinario; tra gli errori si segnala la carenza di colture batteriche effettuate in fase diagnostica e la durata spesso eccessiva delle terapie. La buona notizia è che alcuni ospedali sono riusciti a ridurre in modo significativo le gravi infezioni da Clostridium difficile: una diminuzione del 30% dell’uso di antibiotici che tipicamente scatenano queste infezioni, ne ha abbassato l’incidenza di oltre il 25%. La Casa Bianca ha annunciato un nuovo finanziamento di 30 milioni di dollari ai Cdc per combattere l’antibioticoresistenza e l’agenzia intende usarli per aiutare gli ospedali a implementare programmi mirati. «Ovviamente non si tratta semplicemente di prescrivere meno antibiotici, ma di utilizzarli in modo oculato», affermano gli autori dello studio, che consigliano ai medici un protocollo costituito da tre regole di base. In primo luogo si dovrebbe iniziare tempestivamente la terapia antibiotica, ma predisporre subito una coltura batterica per verificare la sensibilità dei batteri a un dato antibiotico. La seconda raccomandazione è di assicurarsi della corretta indicazione del principio prescritto, del suo dosaggio e della durata ottimale della terapia. Infine è opportuno riconsiderare la situazione entro 48 ore sulla base dei risultati dei test e di un nuovo esame del paziente: è l’occasione per decidere se è il caso di confermare, modificare o sospendere la terapia.
Renato Torlaschi
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