Politica e Sanità
01 Aprile 2014«Il nuovo dettato costituzionale sulla sanità rischia di rivelarsi un esperimento sociale che porterà l’Italia ad essere uno dei paesi più diseguali al mondo». «È il commento di Walter Ricciardi direttore del Dipartimento di sanità pubblica dell’Università Cattolica di Roma, a una prima lettura della riforma costituzionale del titolo V varata dal Governo Renzi. La riforma restituisce allo stato - punto m) dell’articolo 117 - la competenza esclusiva di emanare norme generali a tutela della salute, della sicurezza alimentare e del lavoro. Il punto m) parla di livelli essenziali delle prestazioni su diritti civili e sociali, e comprende i Lea di cui il governo diventa qualcosa di più che il guardiano quale è stato dalla riforma del 2001 a oggi. Ma alle regioni, nero su bianco, resta la competenza di legiferare sull’organizzazione dei servizi sanitari e sociali. Cambiare tutto per non cambiare nulla? «Io credo che le cose siano destinate a cambiare in peggio», afferma Ricciardi che già due anni fa, da direttore dell’Osservatorio sulla salute nelle regioni italiane, alla presentazione del rapporto Osservasalute aveva descritto un conflitto stato-regioni sempre più grave sulle risorse, stigmatizzato gli effetti devastanti dei tagli anti-crisi sulle regioni del Sud e invocato un chiarimento dei livelli di assistenza garantibili dal Ssn su base universalistica. «È vero che gran parte della situazione di stallo in cui ha versato il Ssn, specie al Sud, era dovuta a un “dialogo tra sordi” con lo Stato che aveva le risorse e non le dava, o le tagliava, e le regioni che invece ne chiedevano di più. Dal 2001 in poi –con il conferimento della competenza a legiferare alle regioni - le disparità esistenti tra regioni si sono accentuate. Con questa modifica però si dà allo stato il potere di stabilire che cosa dare da Nord a Sud fermo restando che la potestà organizzativa resta competenza della regione: quest’ultima ha il potere di stabilire come spendere le allocazioni statali, il che apre ad ulteriori diseguaglianze. Ogni regione darà la sanità che può». La riforma riaccentra funzioni anche su turismo e polizia, bilanciando ciò con la creazione del Senato delle autonomie i cui componenti (148 circa) saranno i 21 presidenti delle giunte regionali e delle Province autonome, i 21 sindaci dei comuni capoluogo di Regione o Provincia autonoma più due consiglieri e due sindaci eletti “inter pares” ad autonomia (84 in tutto), più 21 cittadini nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica: tutti non retribuiti perché già pagati a livello locale. Le leggi le farà la Camera e il Senato può modificarle in 20 giorni, ma alla fine l’ok è dei deputati “rappresentanti” della nazione.
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