Politica e Sanità
24 Aprile 2014L’intervento del farmacista per una revisione ragionata delle terapie farmacologiche, quelle in corso e quelle di nuova assegnazione, è fondamentale sia prima che dopo la dimissione ospedaliera. Sono queste le conclusioni emerse dall’iniziativa Staar (State action on avoidable rehospitalizations) presentate da Laura Carr, farmacista senior al Massachusetts general hospital, al meeting annuale dell’American pharmacists association. Il progetto di tre anni era partito con 20 ospedali e altrettanti team che, agli obiettivi istituzionali dell’iniziativa, hanno affiancato l’istituzione di due nuove figure, quella dell’infermiere incaricato di coordinare le operazioni di dimissione e quella del farmacista addetto alle cure di passaggio. Tra i compiti dell’infermiere quello inviare al farmacista i pazienti ad alto rischio, cioè quelli che assumevano 10 o più medicinali e soffrivano di insufficienza cardiaca, polmonite, insufficienza renale acuta, fibrillazione atriale, dolore oncologico, disidratazione, infezione del tratto urinario, alterazioni dello stato mentale. Il farmacista di transizione è stato coinvolto in due differenti sperimentazioni che prevedevano il suo intervento rispettivamente prima e dopo le dimissioni del paziente. Prima che il paziente tornasse a casa il farmacista si occupava del ricongiungimento delle terapie, della loro revisione, dell’accesso ai farmaci e del counseling al paziente; per quei malati inviati ad altre strutture di ricovero, di riabilitazione o specialistiche, il ruolo del farmacista si limitava solo ai primi due punti. Nel 35% dei casi pre-dimissione si sono riscontrati problemi legati ai farmaci, anche se la lista di medicinali era già stata rivista dal medico e dall’infermiere: il farmacista è stato determinate il 90% delle volte. Quando il farmacista è stato chiamato a intervenire dopo le dimissioni, più della metà delle chiamate (il 52%) era motivata da problemi correlati ai farmaci. Spesso i pazienti si trovavano in difficoltà nel seguire le istruzioni ricevute in ospedale «il problema più comune» ha spiegato Carr «riguardava la corretta posologia degli anticoagulanti. Purtroppo molti pazienti tornavano a casa in terapia con enoxaparina sodica per poi passare al warfarin e non capivano bene le istruzioni. Ma la cosa più sorprendente è stato scoprire che tre giorni dopo il rientro a casa molti non avevano ancora acquistato le medicine, magari dopo aver passato una settimana in ospedale con la polmonite». Il ricongiungimento delle cure talvolta era incompleto: c’erano farmaci in casa non presenti sulla lista del paziente, magari farmaci da banco che il paziente non poteva più assumere nelle sue attuali condizioni di salute, e il medico non ne era informato. Infine le questioni di accesso ai farmaci prescritti in ospedale: come accade anche in Italia, spesso senza la ricetta giusta il paziente rischia di dover pagare di tasca propria i medicinali.
ELisabetta Lucchesini
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