Politica e Sanità
04 Giugno 2014Quando si parla di aumento del consumo dei farmaci non si può dimenticare che gli acquisti di quelli da banco sono condizionati dalla pubblicità, l'unica consentita dalla legge italiana, che racconta storie in cui esiste un problema e un farmaco che lo risolve, inducendo un bisogno non sempre necessario e spesso senza indicare il principio attivo, se non a fine spot citandolo velocemente. È quanto ha affermato Moira Stefini, del Centro di competenza alimentazione e salute di Altroconsumo, nel corso del seminario "Il mercato del farmaco e i bisogni indotti" svoltosi nei giorni scorsi a Trento. «La pubblicità, lo dice il Decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219, "non può essere ingannevole"» sottolinea Stefini a Farmacista33 «ma deve anche "favorire l'uso razionale del medicinale presentandolo in modo obiettivo e senza esagerarne le proprietà". Ma per sua definizione la pubblicità è definita come "qualsiasi azione di informazione, di ricerca della clientela o di esortazione, intesa a promuovere la prescrizione, la fornitura, la vendita o il consumo dei medicinali". Dunque chi vuol vendere un prodotto tenderà a esaltare i pregi e minimizzare i difetti presentandolo come utile e/o necessario. Per esempio, nessuna pubblicità di sciroppi per la tosse dirà che la tosse è uno stimolo utile che non sempre va soppresso, che anzi serve a facilitare la rimozione del catarro. La pubblicità tende a presentare una situazione dove emerge un problema e a dire che per quel problema c'è un farmaco adatto. Non dice che è meglio prevenire, che a volte è meglio non trattare, che quando si tratta è bene farlo per brevi periodi e poi rivolgersi al medico perché i farmaci Otc, non prevedono l'intervento del medico». Esiste, inoltre, uno sbilanciamento verso una maggiore conoscenza dei brand a scapito di quella dei principi attivi: «Noi, consumatori ma anche i professionisti sanitari, siamo abituati a chiamare i farmaci per il nome di marca e non con la denominazione comune internazionale, che invece permetterebbe di parlare un linguaggio comune a tutti i paesi del mondo e a conoscere i farmaci per quello che contengono. Sicuramente la pubblicità gioca un ruolo determinante in questo. La norma diche che "la pubblicità di un medicinale presso il pubblico [...] comprende almeno la denominazione del medicinale e la denominazione comune della sostanza attiva" ma aggiunge anche che "l'indicazione di quest'ultima non è obbligatoria se il medicinale è costituito da più sostanze attive". E questo si traduce, nel primo caso, nella citazione del principio alla fine dello spot, recitato molto velocemente, nel secondo la possibilità di non nominarli facendo passare solo il nome di marca che è quello resta impresso nella memoria, anche perché nelle pubblicità televisive il nome commerciale viene ripetuto più volte. Quale sia la logica che sta dietro questa decisione è una domanda che per me resta senza risposta».
Simona Zazzetta
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