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Politica e Sanità

21 Ottobre 2014

Furti farmaci in ospedali, Sifo: misure di sicurezza inadeguate


Quello delle rapine alle farmacie e ai magazzini ospedalieri è un fenomeno che in pochi anni è andato aumentando ma che rappresenta un problema in termini di continuità delle cure per i pazienti ricoverati ma anche di salute pubblica, dal momento che i farmaci possono essere riconfezionati e reimmessi nel circuito. E d'altra parte, le «misure di sicurezza e di prevenzione al momento risultano in molti casi inadeguate». A fare il punto in un'intervista a margine del XXXV congresso della Sifo Marcello Pani, coordinatore area logistica e innovazione Sifo, che spiega: «I farmaci più appetibili, che sono quelli a maggior costo, sono in molti casi anche farmaci caratterizzati da particolari modalità di conservazione e che richiedono una temperatura compresa da 2 a 8 gradi. Il fenomeno dei furti negli ospedali è quindi un problema in primo luogo per la sicurezza dei pazienti, non solo perché da un giorno con l'altro l'ospedale va in stock out mettendo a rischio la terapia del paziente ma anche perché i farmaci, che vengono riconfezionati, possono essere destinati non solo a mercati illegali ma possono anche ritornare nel circuito sanitario negli ospedali. Un fenomeno che grazie al monitoraggio e all'azione dell'Aifa e dei Nas non è presente in Italia ma che colpisce altri paesi europei mettendo a rischio la salute dei pazienti». Senza contare poi l'impatto in termini di costi «soprattutto perché le assicurazioni possono aumentare» e «anche i rischi per il personale». È emerso che «gli ospedali più colpiti sono quelli più grandi e con un numero maggiore di discipline» ma non sempre le misure di sicurezza sono messe in campo in maniera adeguata: «Come Sifo, stiamo portando avanti un progetto con la collaborazione incondizionata di Roche (Padlock) per recensire le strutture sanitarie e individuare best pactice che possano essere esportate, ma anche con l'obiettivo di sensibilizzare istituzioni, politici, amministratori sanitari regionali e locali per intervenire a contrastare il fenomeno secondo una logica non più spot ma progettuale. Siamo ancora all'inizio e al momento il campione è molto piccolo e quindi non rappresentativo, circa una decina di strutture». Ma a emergere è che «c'è una vulnerabilità sul fronte della sicurezza. Gli aspetti che stiamo considerando sono la presenza di un controllo degli accessi, la protezione volumetrica interna, trasmissione allarme , la protezione perimetrale, telecamere a circuito chiuso con registrazioni. Ogni ospedale può avere un buon livello di sicurezza in uno di questi aspetti ma complessivamente manca un sistema che sia strutturato». Ora la palla passa agli amministratori: «dal sopralluogo viene rilasciato un report con alcune indicazioni su come adeguare il sistema di sicurezza. Sta poi ai singoli amministratori regionali o locali decidere dove e come investire». Al termine del progetto «ci proponiamo anche di emanare linee guida come strumenti di diffusione delle migliori pratiche e per la messa in sicurezza delle strutture sanitarie».

Francesca Giani

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