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30 Gennaio 2021

Covid-19, aumentano denunce per contagi su lavoro. Preoccupa nodo responsabilità


Sono oltre 104.000 le denunce di contagi sul lavoro dovuti al Covid-19 pervenute all'Inail al 30 novembre. Un aumento che riapre il nodo sulla responsabilità del datore di lavoro

Sono oltre 104.000, al 30 novembre, le denunce di contagi sul lavoro dovuti al Covid-19 pervenute all'Inail, secondo l'ultimo Rapporto pubblicato, con un aumento di 37.547 rispetto alla precedente rilevazione - di cui 27.788 riferiti a novembre e 9.399 a ottobre. Dati, questi, che riportano in auge la discussione relativa al nodo sulla responsabilità del datore di lavoro, che non smette di preoccupare.

I dati dell'Inail: evidente dalle denunce l'andamento delle ondate pandemiche

I contagi sul lavoro da Covid-19 denunciati all'Inail, come si legge nella nota, «alla data del 30 novembre sono 104.328, pari al 20,9% del complesso delle denunce di infortunio sul lavoro pervenute dall'inizio dell'anno e al 13% dei contagiati nazionali comunicati dall'Istituto superiore di sanità alla stessa data. Rispetto alle 66.781 denunce rilevate alla data del 31 ottobre i casi in più sono 37.547, di cui 27.788 riferiti a novembre e 9.399 a ottobre. La "seconda ondata" delle infezioni da Covid-19 ha avuto un impatto più significativo della prima anche in ambito lavorativo. Nel bimestre ottobre-novembre, infatti, si rileva il picco dei contagi di origine professionale, con quasi 49mila denunce di infortunio (pari al 47% del totale) rispetto alle circa 46.500 registrate nel bimestre marzo-aprile. Il divario, peraltro, è destinato ad aumentare nella prossima rilevazione per effetto del consolidamento particolarmente influente sull'ultimo mese».

Sanità, sociale e professioni sanitarie i più colpiti

Rispetto alle attività produttive, «il settore della sanità e assistenza sociale - che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili - registra il 68,7% delle denunce e precede l'amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità - Asl - e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono il 9,2% delle infezioni denunciate. Gli altri settori più colpiti sono i servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il manifatturiero (tra cui gli addetti alla lavorazione di prodotti chimici e farmaceutici, stampa, industria alimentare), le attività dei servizi di alloggio e ristorazione e il commercio. Ripartendo l'intero periodo di osservazione in tre intervalli - fase di lockdown (fino a maggio compreso), fase post lockdown (da giugno ad agosto) e fase di "seconda ondata" di contagi (settembre-novembre) - per l'insieme dei settori della sanità, assistenza sociale e amministrazione pubblica (Asl), si osserva una progressiva riduzione dell'incidenza delle denunce tra le prime due fasi e una risalita nella terza (si è passati dall'80,5% dei casi codificati nel primo periodo al 49,2% del trimestre giugno-agosto, per poi risalire al 76,3% nel trimestre settembre-novembre). Viceversa, altri settori, con la graduale ripresa delle attività, in particolare nel periodo estivo, hanno visto aumentare l'incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi e una riduzione nella terza».
La categoria professionale «più colpita continua a essere quella dei tecnici della salute, con il 38,6% delle infezioni denunciate, circa l'82% delle quali relative a infermieri, e il 9,3% dei casi mortali, seguita dagli operatori sociosanitari (18,6%), dai medici (9,5%), dagli operatori socioassistenziali (7,6%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, come ausiliari, portantini e barellieri (4,7%). Le altre categorie più coinvolte sono quelle degli impiegati amministrativi (4,3%), degli addetti ai servizi di pulizia (2,2%), dei conduttori di veicoli (1,2%) e dei dirigenti amministrativi e sanitari (1,0%)». Quanto alla ripartizione geografica, «l'analisi territoriale conferma che le denunce ricadono soprattutto nel Nord del Paese: il 50,3% nel Nord-Ovest (il 30,5% in Lombardia), il 21% nel Nord-Est, il 13,7% al Centro, l'11,1% al Sud e il 3,9% nelle Isole. Le province con il maggior numero di contagi sono Milano (11,9%), Torino (7,6%), Roma (4,2%), Napoli (3,9%), Brescia (3,2%), Genova (2,8%), Varese (2,7%) e Bergamo (2,6%). In termini relativi, però, sono le province meridionali a registrare i maggiori incrementi: Reggio Calabria, Caltanissetta, Caserta e Salerno vedono più che triplicare i casi denunciati rispetto alla rilevazione di fine ottobre».

Responsabilità del datore di lavoro: resta il rischio procedimenti

Al di là dei dati, a ogni modo, resta la problematica della responsabilità del datore di lavoro, che si è venuta a porre all'indomani del riconoscimento da parte di Inail del contagio da Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio: sul tema, durante la prima ondata, si erano susseguiti diversi tentativi di chiarimento, a partire dalle circolari di maggio dell'Inail, secondo cui «la responsabilità del datore di lavoro è ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi» relativi a «protocolli e nelle linee guida governativi e regionali» e «in assenza di una comprovata violazione, sarebbe molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro». Nella cosiddetta legge Liquidità poi si era cercato di limitare ulteriormente l'ambito: «Ai fini della tutela contro il rischio di contagio da Covid-19, i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all'obbligo di cui all'articolo 2087 del Codice Civile» che fissa il dovere generale di tutela dei lavoratori «mediante l'applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali e negli altri protocolli e linee guida (di cui all'articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33), nonché mediante l'adozione e il mantenimento delle misure previste». Ma sul tema le preoccupazioni espresse anche dai datori di lavoro non sono poche e nel dibattito che si è aperto è stato sottolineato, in un recente intervento della Fondazione consulenti del lavoro, come «i dubbi interpretativi delle norme vigenti rendono complessa la vita delle imprese anche quando sono in regola con le misure di prevenzione. Le regole non escludono la responsabilità penale del datore di lavoro, che vedrà riconosciuto il proprio comportamento lecito solo alla fine del relativo procedimento. Per questo è urgente avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma».

Francesca Giani

TAG: LAVORO, FARMACISTI, SICUREZZA, SICUREZZA SUL LAVORO, COVID-19

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