Covid19, Beatrice Lorenzin: aiutare il personale sanitario, è allo stremo
L'ex ministro della Salute Beatrice Lorenzin in un'intervista parla dell'emergenza pandemia che sta mettendo a dura prova gli operatori sanitari in prima linea
Ci troviamo di fronte a due problemi: una è l'emergenza in Lombardia, che rimane ancora molto complessa e ci deve essere il massimo sforzo per aiutare e sostenere, gli operatori che sono sul campo in questo momento. Sono stremati. Ho parlato con anestesisti, medici di medicina generale, farmacisti, tutti in una condizione di logoramento. E non è solo una situazione che coinvolge gli ospedali, ma anche le Rsa, le strutture per anziani, gli anziani a casa, quindi richiede la massima concentrazione. Così l'ex ministro della Salute Beatrice Lorenzin interviene su Doctor33 in merito all'emergenza pandemia che sta mettendo a dura prova gli operatori sanitari in prima linea.
Alcuni dicono che le misure di contenimento stiano funzionando. Allora, noi dobbiamo utilizzare questi giorni, in cui, almeno a prima vista, la media del raddoppio dei contagi in Italia è intorno a 5,3 giorni rispetto ad altri Paesi europei dove siamo intorno a 2/2,5 - quindi la dimostrazione che questo distanziamento sociale sta funzionando, anche se il risultato lo avremo tra qualche giorno - per mettere in campo tutte le misure per evitare che non si crei una 'situazione lombarda' nel resto d'Italia, in particolare nel centrosud.
La preoccupa il Mezzogiorno? Sì. Quello che è accaduto, la gente che è scappata da Milano verso il Sud. Statisticamente, se migliaia di persone si spostano in una notte, una percentuale significativa è portatrice del virus e quindi possono aver contagiato altra gente. Questo potrebbe essere un acceleratore di cui avremo contezza solo tra più di dieci giorni.
A questo punto come muoversi? Molto sta facendo il Governo. C'è la necessità che ci siano attività coordinate e quindi non solo fornire i presidi e gli ausili a tutti gli operatori sul campo - mascherine, guanti, ventilatori - ma anche di fare delle doppie strategie. Una è la strategia sull'individuazione di strutture ideali dove si possano allestire nuove terapie intensive, quindi di raddoppiare, triplicare quei posti.
E la seconda? Riguarda da una parte i malati non di coronavirus, ad esempio gli immunodepressi e gli affetti da altre patologie. Qui va messa in campo la rete territoriale dei medici di medicina generale per continuare a garantire loro l'assistenza. Dall'altra parte ci sono i malati di covid19 che però non sono ancora da ospedalizzare e va evitato che vengano ospedalizzati.
Come si fa? Con una diversa capacità di risposta per la prima fase degli infettivi, immagino anche con visite domiciliari, come sta facendo l'Ordine di Roma in una buona sperimentazione con medici di medicina generale che, in sicurezza, possano fare visite a casa. Poi ovviamente, come è intenzione del Governo, requisire aree e strutture private per allestire spazi non per la terapia intensiva ma per i pazienti meno gravi, che magari hanno bisogno della cannula dell'ossigeno o di essere monitorati per evitare di generare polmoniti interstiziali e andare così ad aggravare le terapie intensive.
In quanto tempo vedremo gli effetti delle misure sanitarie decide dal Governo? Subito. Per quanto riguarda l'organizzazione, l'ultimo decreto risponde a esigenze messe in campo e a cui già operativamente si sta lavorando e appoggia delle scelte già prese. Così come la parte dell'arruolamento dei medici e degli operatori sanitari e la parte delle forniture dei servizi. La macchina si è mossa e anche rapidamente.
Sulle forniture dei servizi il problema principale è quello del reclutamento dei device sul mercato... Purtroppo molto poco è prodotto sul mercato europea e italiano, sono quasi tutti mercati asiatici, e fino ad oggi hanno prodotto per la crisi cinese, quindi ora che la crisi è globale è aumentata la domanda, ma l'offerta è insufficiente, si sta provvedendo ad aumentare le produzioni. È una corsa contro il tempo.
C'è poi un incentivo alla produzione e alla riconversione di alcune strutture industriali locali alla produzione di ventilatori e altre in cui stanno facendo mascherine. Qui scatta una riflessione che noi dovremmo fare per il futuro perché è evidente che non si può lasciare, per motivi di sicurezza, tutti i dispositivi ad alto impatto di necessità primaria in un'unica area geografica. Questo necessiterà probabilmente anche di una rivisitazione di alcuni cicli produttivi perché è evidente che a livello continentale, in Europa, non puoi non avere la produzione di alcuni elementi essenziali.
Lei ha parlato con qualche medico in questi giorni? Con tantissimi.
E che le hanno detto? Sono passata da chi si è sfogato piangendo perché hanno visto i propri amici e persone vicine non farcela più, a chi invece ho sentito che ha dato delle idee che possono essere traghettate alla task force. Io sto facendo una sorta di raccolta discreta di criticità che vengono dai territori e le trametto alla task force.
I medici sono in sicurezza, la loro salute è al sicuro in questa fase? Sono estremamente a rischio, sarebbe falso non dirlo. È evidente che medici e infermieri sono soggetti a rischio per il contatto con migliaia di pazienti e in alcuni casi non hanno avuto a disposizioni i dispositivi al momento opportuno e qui purtroppo sono mancati quando è scoppiata l'emergenza. Ma anche per lo stress a cui sono sottoposti, che porta a fare degli errori che possono diventare pericolosi. Non è un lavoro normale, è brutto che debbano fare gli eroi, quindi a loro va il nostro più sentito ringraziamento.
Cosa ci insegna vederli così prostrati a curare e in molti casi salvare gli altri? Ci dovrebbe spingere a essere migliori e fare di tutto per bloccare il contagio.
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A cura di Redazione Farmacista33
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