lavoro
15 Luglio 2025I farmacisti che scelgono di esercitare la professione in regime di libera professione trovano autonomia e flessibilità ma anche nuovi carichi e mancanza di tutele. Tra vantaggi, criticità e impatti sull’organizzazione del lavoro, il fenomeno solleva interrogativi tanto per i professionisti quanto per i titolari

Il passaggio dal rapporto con un contratto di dipendenza a quello del regime della libera professione è un fenomeno emergente nel settore delle farmacie, si tratta ancora di casistiche marginali ma che lentamente entrano nel mercato del lavoro, in particolare dei grandi gruppi dove coprono circa il 20% del fabbisogno professionale. Apparentemente una scelta di maggior flessibilità che dovrebbe rispondere anche una migliore gestione del tempo e del work-life balance ma presenta anche delle criticità. Chiaroscuri anche sul lato dei titolari: se da una parte i farmacisti a partita Iva rappresentano una risposta alla carenza di personale, dall’altra presentano dei costi più difficili da valutare, oltre a impattare anche su team di lavoro.
Per fare il punto abbiamo sentito diverse voci del settore, a cominciare dalla cronaca. È di oggi un trafiletto di stampa locale che segnala che un’azienda municipalizzata della provincia di Milano, che gestisce il settore con 4 farmacie comunali, recluta da tempo liberi professionisti al fine di alleggerire il carico di lavoro dei propri dipendenti nel corso dei fine settimana. L’azienda segnala “una generale dinamica di uscita dei farmacisti dal lavoro dipendente per intraprendere la libera professione, fisicamente assai vantaggiosa” e nello specifico fa sapere che nel 2024 “due farmaciste dipendenti, una delle quali anche referente della farmacia, sono transitate verso la libera professione”.
La Lombardia è tra le regioni che al momento registra il più elevato numero di farmacisti che hanno aperto la patita Iva e che esercitano come liberi professionisti soprattutto con i grandi gruppi e nelle catene di farmacie e parafarmacie “dove coprono circa il 20% del fabbisogno professionale” come riporta a Farmacista33 l’Associazione farmacisti liberi professionisti (Afalp).
Le partite Iva in farmacia erano nate per rispondere a necessità occasionali, spiegano dall’associazione: “Il libero professionista veniva chiamato soprattutto per coprire le assenze durante i periodi festivi, i weekend o le ferie estive. Oggi, invece, la carenza di personale è tale che i farmacisti con partita IVA vengono impiegati regolarmente anche nei turni settimanali, diventando parte integrante dell’organico. Sono presenti nei gruppi, nelle catene, così come nelle parafarmacie e nelle farmacie indipendenti”.
Le regioni dove il fenomeno è più sviluppato sono Lazio e Lombardia – rispettivamente con circa 200 e 750 iscritti – seguite da Emilia-Romagna e Veneto, dove i liberi professionisti sono tra i 100 e i 150. Ma a questi numeri vanno aggiunti anche i cosiddetti “battitori liberi”, farmacisti non iscritti ad alcuna associazione, che operano in autonomia e che potrebbero rappresentare, in ogni regione, almeno un altro centinaio di professionisti.
“Il nostro obiettivo come AFALP – spiegano – è proprio quello di unire queste figure professionali, dare loro una rappresentanza e una linea comune. Spesso chi lavora con partita Iva va avanti da solo, in maniera disorganizzata. Noi cerchiamo invece di fornire un punto di riferimento, anche etico e professionale, per dare dignità a questo modello operativo”. C’è anche una attenzione alla regolamentazione delle tariffe, elemento spesso lasciato alla libera contrattazione: “Stiamo cercando di mettere ordine anche su questo fronte ma anche fare scelte opportune, per evitare, per esempio, che un neolaureato inizi subito a esercitare come libero professionista. La maggior parte dei nostri iscritti ha alle spalle almeno 10-15 anni di esperienza: sono persone formate, con competenze consolidate e un background professionale solido. Possono offrire un contributo di qualità alle farmacie in cui operano. Naturalmente – aggiungono – ci sono anche figure improvvisate, come in tutte le categorie, ma rappresentano l’eccezione”.
A confermare la marginalità del fenomeno è Francesco Imperadrice, presidente del Sinasfa, il sindacato nazionale dei farmacisti non titolari: “Qualcuno ci ha contattato per avere informazioni, ma si tratta di numeri contenuti. Non è un fenomeno di massa. Anche perché scegliere la partita IVA espone a una serie di criticità non trascurabili, per esempio la mancanza di tutele. Chi lavora con partita IVA deve sapere che, se si ammala, resta a casa senza alcuna copertura. E non è un dettaglio. Passare alla libera professione significa affrontare un mondo completamente diverso: da dipendente hai delle sicurezze, come la busta paga e la pensione. Da libero professionista tutto cambia. Se non conosci bene questo sistema, rischi di trovarti in difficoltà”.
Anche l’organizzazione logistica impatta sul bilancio vita privata-lavoro e il rischio è che venga “idealizzata”: “Molti colleghi lavorano spostandosi continuamente, con tutto ciò che questo comporta in termini di stress e costi. C’è chi riesce a gestirsi aspettando chiamate da casa, ma ci sono anche quelli che cercano di accettare il maggior numero possibile di incarichi, diventando iperattivi. Inoltre, chi lavora in più farmacie difficilmente riesce a trovarle tutte vicine, e quindi deve spostarsi. Questo comporta costi, fatica, disorganizzazione. Se poi iniziano ad arrivare molte chiamate, il rischio è quello di accettare tutto pur di non perdere lavoro, sacrificando tempo, salute, qualità della vita. Alla fine, la flessibilità può rivelarsi solo un’illusione”.
Anche la gestione del tempo, teoricamente più libera, si scontra con le dinamiche del settore. “Chi sceglie la partita Iva per decidere quando lavorare spesso scopre che non è davvero così. Se ti chiedono di coprire i turni durante le festività, a Natale, Capodanno, o nei notturni, tu puoi anche rifiutare, ma perdi affidabilità. E in questo settore l’affidabilità è tutto. Quindi sei comunque condizionato: formalmente libero, ma di fatto dipendente dal sistema”.
Altro tema delicato è la disparità che si genera all’interno del team di lavoro. “Nel momento in cui in farmacia lavorano fianco a fianco un dipendente e un libero professionista con una retribuzione oraria molto diversa, il clima può deteriorarsi – fa notare Imperadrice. - Si creano tensioni, invidie, insoddisfazioni. Soprattutto per chi, per motivi personali o familiari, non può permettersi di passare alla partita IVA. Questa disparità può compromettere anche l’efficienza e la serenità del gruppo”.
Imperadrice sottolinea poi che la libera professione non rappresenta sempre un’alternativa alla fuga dalla farmacia, ma una strada che pochi, e ben consapevoli, scelgono: “Tra le richieste che riceviamo più spesso, ci sono quelle di colleghi che ci chiedono informazioni sui termini del preavviso, o su come lasciare il lavoro in farmacia. Non cercano una soluzione per restare. Stanno cercando un modo per andarsene. E questo la dice lunga sul livello di delusione e disillusione che molti farmacisti vivono oggi”.
Anche dal punto di vista dei titolari il ricorso a questo regime presenta delle criticità. Come messo in evidenza in un articolo di inizio anno, secondo l’analisi dello Studio Bacigalupo Lucidi “va attentamente valutato, bilanciando”.
Farmacisti dipendenti e con partita Iva: costi per la farmacia a confronto
“Se da un lato la contrattualizzazione con partita IVA offre maggiore elasticità, dall'altro i costi possono rapidamente diventare difficili da sostenere senza un adeguato volume di vendite. In un contesto in cui la carenza di personale qualificato spinge verso soluzioni alternative, le farmacie devono considerare attentamente il rapporto costi-benefici tra dipendenti e liberi professionisti per garantire un equilibrio economico ottimale”.
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