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28 Ottobre 2025

Farmacisti dipendenti, Conasfa: sciopero ultima ratio ma è in gioco il futuro della professione e della farmacia

Adeguamenti salariali, riconoscimento del ruolo professionale, conciliazione vita-lavoro e formazione sono al centro delle richieste dei farmacisti dipendenti. Angela Noferi (Conasfa) in un'intervista a farmacista33, avverte che senza un cambio di passo la professione rischia di perdere attrattiva

di Simona Zazzetta


Farmacisti dipendenti, Conasfa: sciopero ultima ratio ma è in gioco il futuro della professione e della farmacia

Adeguamenti salariali in linea con l’inflazione, riconoscimento del ruolo del farmacista nella farmacia dei servizi, conciliazione vita-lavoro e formazione tutelata non sono solo le richieste presenti nella piattaforma contrattuale, portata al tavolo della trattativa per il rinnovo del contratto delle farmacie private, ma anche le leve per rendere attrattiva la professione del farmacista.
È il messaggio che emerge da un’intervista ad Angela Noferi presidente del Conasfa, associazione dei farmacisti non titolari in vista dello sciopero nazionale proclamato per il 6 novembre: 

“O si cambia passo e si trova il modo di incentivare i colleghi o il futuro della professione è a rischio. E qui si decide anche il futuro della farmacia. Lo sciopero è l’ultima ratio per farlo capire”.

Dopo mesi di trattative sospese, riaperte e interrotte, i farmacisti dipendenti hanno deciso di incrociare le braccia. Perché si è arrivati alla scelta di uno sciopero nazionale di questa portata?

Lo sciopero è l’unica via rimasta per far capire che è giunta l’ora di scegliere una strada diversa. È un nostro diritto scioperare, e credo che lo eserciteremo, probabilmente anche con numeri importanti, visto che ieri sera (all'assemblea indetta dai sindacati, ndr.) eravamo davvero in tanti collegati. C’è stata una partecipazione significativa da parte dei collaboratori e dei dipendenti di farmacia, e questo mi fa ben sperare.
La speranza, ovviamente, è sempre che Federfarma faccia un passo perché lo sciopero è l’ultima ratio. 
A nessuno fa piacere perdere una giornata di lavoro, anche dal punto di vista economico, e poi c’è anche l’aspetto umano, perché si lavora in piccole realtà fatta di relazioni e di rapporti umani con il titolare. Quindi, per tutti questi motivi, l’augurio è che si possa trovare un accordo diverso. Al momento, però, non ci sono segnali, e può darsi che la strada sia ormai tracciata e che si debba arrivare necessariamente a questo punto.

Uno dei punti discussi riguarda la sostenibilità economica dell’aumento richiesto, soprattutto per le farmacie di piccole dimensioni. Dal vostro punto di vista, quanto è fondata questa preoccupazione?

I conti delle farmacie sono pubblici, quindi si possono valutare nel complesso del sistema Farmacia in Italia. È vero che alcune piccole realtà possono avere difficoltà, ma parliamo spesso di farmacie dove lavora al massimo un dipendente. Se la crisi fosse davvero così grave a livello nazionale, allora le strade per chi ha la titolarità sarebbero altre: se non puoi permetterti un dipendente, cioè un professionista sanitario, allora bisogna rivedere tutto il modello. 
Io non credo che la media delle farmacie italiane sia in condizioni tali da non poter garantire un aumento di questo tipo. La media nazionale è di quattro dipendenti per farmacia, tra farmacisti e magazzinieri. Quindi, a fine anno, l’aumento richiesto non rappresenta un esborso così pesante da giustificare un rifiuto.

Al tavolo negoziale si è parlato molto sia di aumenti retributivi sia di riconoscimento del ruolo professionale. Come sono state percepite dai farmacisti le proposte in discussione e quali restano i nodi principali da sciogliere?

Al di là dell’aumento salariale, che è necessario anche solo per adeguarsi all’inflazione e ai rinnovi delle altre categorie, il contratto dovrebbe riconoscere il nuovo ruolo del farmacista come operatore sanitario a tutto tondo. Oggi ci viene richiesto di erogare una serie di servizi che nel contratto non sono ancora definiti. Quindi, più che una questione economica, è una questione di riconoscimento professionale e i titolari devono aver chiaro che i loro dipendenti sono lavoratori ma sono anche professionisti sanitari con una laurea e un percorso formativo importante e questo passaggio ci deve essere.

Parliamo dell’aspetto economico: in termini pratici, cosa significherebbe per i lavoratori l’aumento richiesto dai sindacati e come si inserisce nel contesto degli altri rinnovi contrattuali del settore?

L’aumento di 360 euro lordi riguarda tutte le figure contrattualizzate, ma sarà ripartito in base ai livelli. Si parla ovviamente di cifra lorda, quindi non è un importo assurdo, ma una somma calcolata dai sindacati per recuperare la perdita del potere d’acquisto. Ricordiamo che l’ultimo rinnovo, nel 2021, con un contratto che fu definito “contratto di transizione”, e avrebbe dovuto necessariamente portare a un contratto definitivo migliorativo. Ma sono stati accordati soltanto 80 euro di aumento, senza la vacanza contrattuale, e non è stata ricalcolata la perdita del potere d'acquisto degli anni precedenti.
Senza dimenticare che era dal 2009 che il contratto era scaduto, e in 12 anni è stato riconosciuto un aumento solo di 80 euro. È stato un rinnovo deciso in tempi abbastanza veloci, perché c'era la necessità subito dopo il Covid di dare un segnale forte per confermare l'importanza già riconosciuta del ruolo professionale in una fase in cui i farmacisti avevano avuto una funzione importantissima.
Quindi il contratto successivo doveva permettere di recuperare la perdita del potere d'acquisto già sulle nostre spalle con il rinnovo precedente.
Inoltre la nostra richiesta attuale va confrontata con i rinnovi contrattuali di altre categorie e di altri settori, come la grande distribuzione dove i farmacisti dei corner hanno avuto aumenti consistenti. Non possiamo permetterci di rimanere indietro rispetto ad altre figure sanitarie.

Negli ultimi anni il mercato del lavoro in farmacia è cambiato profondamente, con una crescente difficoltà nel reperire personale. Pensa che un contratto più equo possa diventare anche uno strumento per restituire attrattività alla professione?

Oggi la situazione è diversa da qualche anno fa, c’è una emorragia di farmacisti, molti lasciano la professione, le farmacie fanno fatica a trovare personale e non ci sono gli iscritti a corso di laurea in farmacia. Negli anni passati la situazione era molto diversa, c’era un numero elevato di farmacisti laureati rispetto ai posti disponibili, e trovare lavoro non era semplice.
Oggi invece accade l’opposto. Chi già lavora spesso decide di lasciare per cercare condizioni migliori, mentre le nuove generazioni non si avvicinano alla professione. Quindi o si cambia passo e si trova il modo di incentivare i colleghi o il futuro della professione è a rischio. E qui si decide il futuro delle farmacie, di un servizio farmaceutico territoriale efficiente e professionale e del farmacista come figura professionale.

Come è cambiato il ruolo del farmacista e quali condizioni servono oggi per riconoscerne pienamente il valore?

Il farmacista del 2025 non è più quello del 2019. Il Covid ha cambiato la professione e oggi siamo punti di riferimento per la salute territoriale, riduciamo i tempi di attesa per esami e controlli, e possiamo contribuire all’aderenza terapeutica, facendo risparmiare risorse al sistema sanitario. È un ruolo che ci è stato riconosciuto da tutti. anche a livello governativo da parte di Presidente della Repubblica. Ma per svolgerlo servono condizioni economiche e contrattuali adeguate.
Lo stipendio di un farmacista oggi è intorno ai 1.500 euro al mese per 40 ore settimanali, una cifra troppo bassa per un professionista laureato, anche considerando tutte le spese obbligatorie: Enpaf, iscrizione all’Ordine, assicurazione professionale. Solo per esercitare la professione, un farmacista spende praticamente una mensilità all’anno. Per questo serve un riconoscimento reale: economico e professionale. Altrimenti si rischia che le farmacie restino senza farmacisti e che venga compromesso un presidio essenziale per la salute dei cittadini.

Guardando al futuro della trattativa, quali passi ritiene indispensabili per riaprire il confronto con Federfarma e arrivare finalmente a un’intesa soddisfacente per entrambe le parti?

Per riaprire il confronto serve sicuramente un riconoscimento economico dignitoso, ma non solo. Ci sono anche altri aspetti della piattaforma contrattuale, come la conciliazione vita-lavoro e il riconoscimento della professionalità attraverso la formazione professionale, che deve essere riconosciuta economicamente o svolta in orario di lavoro, anche per quanto riguarda gli Ecm obbligatori.
Io credo che un primo passo importante sarebbe tornare al tavolo e ragionare sulle richieste economiche con una offerta che sia dignitosa e che i dipendenti possano accettare. 
Oggi i farmacisti dipendenti sono più consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri e dei benefit necessari per lavorare con serenità.
Questo contratto doveva essere rinnovato in tempi brevi, e invece ci ritroviamo ancora con trattative lunghe che stancano tutti. Anche per questo, sempre più colleghi scelgono di cambiare settore, ed è questa tendenza che potrebbe portare alla non sostenibilità della farmacia. Le esigenze dei collaboratori sono richieste, ma la trattativa si fa apposta perché bisogna trovare un punto di incontro tra richiesta e offerta della parte datoriale. 

TAG: CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE DI LAVORO (CCNL), CONASFA, FARMACISTI DIPENDENTI, RINNOVO DEL CONTRATTO

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