Covid, Paxlovid: andamento delle prescrizioni. Analisi di Nature
A un anno di distanza dalla prima autorizzazione, registrata negli USA a dicembre 2021, le prescrizioni di Paxlovid hanno subito un calo. Ecco i motivi
A un anno di distanza dalla prima autorizzazione, registrata negli USA a dicembre 2021, le prescrizioni di Paxlovid hanno subito un calo, nonostante l'antivirale abbia mostrato, nelle sperimentazioni sull'uomo, un'efficacia vicina al 90% nel ridurre il rischio di Covid-19 grave. Secondo gli esperti questo calo, che ha portato le prescrizioni dell'antivirale a toccare lo 0,5% dei nuovi casi di Covid-19 nel Regno Unito e il 13% negli Stati Uniti, sarebbe dovuto a una ridotta attenzione generale verso il Covid-19, nonché alle preoccupazioni su effetti collaterali e riattivazione del virus conseguenti all'assunzione della terapia. A metterlo in evidenza è un articolo pubblicato da Nature all'inizio di gennaio.
Le evidenze di efficacia dell'antivirale
Paxlovid, lo si ricorda, è una combinazione di due farmaci antiretrovirali: nirmatrelvir e ritonavir. Dagli studi clinici che hanno preceduto il suo arrivo sul mercato, il medicinale ha mostrato di ridurre dell'89% il rischio di ricovero o morte per Covid-19 nelle persone ad alto rischio, che assumono il farmaco entro tre giorni dalla presentazione dei sintomi della malattia. Data l'efficacia, dalla prima autorizzazione, le restrizioni all'uso di questo medicinale si sono andate via via allentando, nello sforzo di rendere il farmaco sempre più disponibile. Tuttavia, gli esperti di sanità pubblica, riporta Nature lamentano che Paxlovid non sia stato somministrato nella misura auspicata, con circa 10 milioni di cicli forniti agli USA, di cui ne sono stati usati solo circa 6,7 milioni. Eppure, l'antivirale orale, considerando anche alcune sospensioni alle autorizzazioni di certi anticorpi monoclonali dai regolatori a livello mondiale, è rimasto uno dei pochi strumenti per prevenire morte ed ospedalizzazioni per Covid-19 negli individui ad alto rischio, secondo quanto riferisce l'infettivologo Davey Smith, dell'Università della California di San Diego (USA).
I motivi dietro il calo delle prescrizioni
Daniel Griffin, esperto della Columbia University di New York, imputa la riduzione delle prescrizioni alla disinformazione, oltre al fatto che il Covid-19 viene percepito sempre meno pericoloso rispetto all'inizio della pandemia, così che le persone siano meno propense a ricorrere a trattamenti e i medici meno portati a prescrivere subito terapie adeguate. Paxlovid, tuttavia, agisce inibendo la replicazione virale che si verifica soprattutto all'inizio della malattia, per cui la terapia deve essere assunta subito, alla comparsa dei sintomi. A confondere ulteriormente la situazione c'è la preoccupazione che a seguito dell'assunzione dell'antivirale si possa andare incontro a una ricomparsa virale, un'ipotesi confutata da ricerche che hanno mostrato che il cosiddetto effetto 'rebound' si verifica anche tra chi non ha assunto l'antivirale e in ogni caso, secondo gli esperti, i sintomi da rebound tendono ad essere molto lievi e sono ancora di gran lunga preferibili al rischio di ricovero o morte. Paxlovid, infine, non si può assumere insieme a molti altri medicinali e per molte persone ha un gusto cattivo, che rende certi cibi amari o dal gusto metallico; il che fa aumentare la percezione che il farmaco possa essere tossico.
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A cura di Sabina Mastrangelo
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