Neurologia
19 Settembre 2024Un'indagine condotta da Airalzh (Associazione italiana ricerca Alzheimer), ha raccolto dati sul livello di conoscenza tra gli italiani della malattia di Alzheimer

Un italiano su due teme di poter sviluppare l'Alzheimer in futuro, ma solo uno su dieci si dichiara davvero informato sulla malattia. Tuttavia, quattro italiani su cinque sono fiduciosi che la ricerca possa portare a terapie efficaci. Questi sono alcuni dei dati raccolti da un'indagine condotta da Airalzh (Associazione italiana ricerca Alzheimer), presentata durante una conferenza stampa presso il Ministero della Salute per celebrare i 10 anni di attività di Airalzh Onlus.
L'indagine, realizzata da Walden Lab con il supporto operativo di Eumetra MR, ha coinvolto un campione di 800 persone, rappresentativo della popolazione italiana over 40. Secondo Paolo Anselmi, Founder & Managing Partner di Walden Lab, "la percezione della malattia di Alzheimer come patologia grave e rischiosa è ampiamente diffusa, ma le conoscenze in merito a prevenzione, diagnosi precoce e cure restano scarse". Tuttavia, l'interesse per informazioni chiare e accessibili è alto.
Circa il 68% degli italiani considera l'Alzheimer una malattia "molto grave", seconda solo al cancro (83%) e alla sclerosi multipla (71%). Il 49% teme di poter essere colpito dalla malattia o che essa possa riguardare persone care. Inoltre, il 28% del campione ha avuto familiari affetti da Alzheimer, percentuale che sale al 49% se si includono amici e conoscenti.
Nonostante l'elevata percezione del rischio, solo il 15% degli intervistati si dichiara "molto informato" sulla malattia, con un ulteriore 43% che si considera "abbastanza informato". Le maggiori conoscenze riguardano i sintomi (64%), il decorso della malattia (60%) e il suo esito (59%), mentre solo una minoranza si dichiara informata sulle possibilità di cura (41%), diagnosi precoce (39%) e prevenzione (33%).
I sintomi maggiormente associati alla malattia - risulta ancora dall'indagine - sono la perdita di memoria (85%), la perdita della capacità di orientamento (69%) e la perdita di contatto con i propri cari (63%) e con il mondo esterno (58%). Tra i fattori di rischio, ce n'è uno che è percepito di gran lunga come dominante: la presenza di casi di Alzheimer in famiglia (75%), mentre meno considerati risultano la limitata attività intellettuale (38%) e altri fattori 'non specifici' quali la depressione (29%), la dieta poco sana (26%) e il fumo (22%). È infatti solo una minoranza (32%) a considerare uno stile di vita sano utile per la prevenzione dell'Alzheimer. Particolarmente poco considerata la buona qualità del sonno.
Guardando al futuro, prevale un senso di speranza: l'81% ritiene probabile lo sviluppo di terapie efficaci, e l'83% attribuisce un ruolo fondamentale alla ricerca. C'è anche un forte desiderio di ricevere maggiori informazioni, soprattutto su prevenzione (61%), diagnosi precoce (60%) e cure (55%), con un'attenzione particolare all'affidabilità delle fonti, preferibilmente specializzate e legate a centri di ricerca internazionali.
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