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Farmaci e dintorni

13 Ottobre 2016

Innovativi nell’immunoncologia, le novità dall’Esmo


Al recente congresso Esmo (European society of medical oncology), svoltosi a Copenhagen, grande interesse è ai farmaci in grado di colmare gli "unmet needs" in oncologia o di perfezionare gli attuali regimi terapeutici. Ancora una volta l'immuno-oncologia si è confermata l'elemento di punta. Di rilievo i nuovi risultati, pubblicati anche sul "New England", ottenuti con nivolumab (immuno-oncologico anti-Pd-L1), tratti dallo studio di fase III CheckMate -141 (che ha valutato nivolumab in pazienti con carcinoma a cellule squamose di testa e collo recidivo o metastatico dopo regime contenente platino, rispetto alla terapia scelta dagli sperimentatori [metotrexate, docetaxel o cetuximab]).

Un endpoint esplorativo sulla qualità di vita riferita dal paziente ha mostrato come nivolumab abbia stabilizzato i sintomi descritti dei pazienti, le funzioni fisiche e il funzionamento di ruolo e sociale, determinati con tre strumenti separati. Indipendentemente dall'espressione di Pd-L1, i pazienti trattati con la terapia scelta dagli sperimentatori hanno manifestato un peggioramento statisticamente significativo degli outcome riportati dal paziente dal basale alla 15ma settimana rispetto a nivolumab che, inoltre, ha più che raddoppiato il tempo al deterioramento della maggior parte dei parametri funzionali misurati e ha significativamente rallentato il tempo al peggioramento dei sintomi, tra cui fatigue, dispnea e insonnia, rispetto alla terapia scelta dagli sperimentatori. In un altro trial di fase I, CheckMate-016, i cui risultati aggiornati sono stati presentati all'Esmo, hanno dimostrato che la combinazione dello stesso nivolumab con ipilimumab nel carcinoma a cellule renali metastatico (mRcc) comporta che il 70% dei pazienti sia vivo a due anni. Sono dati incoraggianti perché mostrano che, a un follow-up di quasi 2 anni, ciascun braccio di combinazione con nivolumab e ipilimumab (il primo farmaco anti-Pd-L1) presenta una risposta ancora in atto nel 40% dei pazienti. Sempre nell'ambito del trattamento del carcinoma testa collo (ma anche del polmone non a piccole cellule), sono stati diffusi i dati iniziali di efficacia e sicurezza della monoterapia con durvalumab. I risultati di follow-up dello Studio 1108 di Fase I/II sulla monoterapia con durvalumab nei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule in fase avanzata hanno mostrato che i pazienti con neoplasie ad alta espressione di Pd-L1 avevano un tasso di risposta obiettiva (Orr) e una sopravvivenza globale (Os) più alti rispetto a quelli dei pazienti con espressione di Pd-L1 più bassa o assente.

Il tasso di risposta obiettiva (n=287) è stato pari al 25% nei pazienti con tumori ad alta espressione di PD-L1 (n=154) rispetto al 6% nei pazienti con carcinomi a bassa espressione di Pd-L1 (n=116). Nella coorte dello studio su pazienti con tumore testa collo a cellule squamose metastatico/recidivante, il tasso di risposta obiettiva è stato dell'11% in tutti i pazienti valutabili (n=62) e del 18% nei pazienti con carcinoma ad alta espressione di Pd-L1 (n=22). Il tasso di sopravvivenza globale a 6 e a 12 mesi è stato rispettivamente del 62% e del 42% in tutti i pazienti valutabili. Ma anche altre meccanismi d'azione ottengono successi in altre indicazioni. È il caso dei risultati del trial Falcon di fase III che ha dimostrato come fulvestrant 500 mg - che agisce bloccando ed eliminando i recettori dell'estrogeno nelle cellule tumorali - permetta di raggiungere una mediana superiore della sopravvivenza libera da progressione (Pfs) rispetto ad anastrozolo 1 mg nel trattamento di 1ma linea per le donne in post-menopausa con tumore al seno metastatico o localmente avanzato che non hanno ricevuto in precedenza alcun trattamento ormonale. L'endpoint primario era la Pfs. Il trial ha arruolato 462 pazienti. Con fulvestrant la mediana della Pfs è risultata di 2,8 mesi superiore rispetto a quella di anastrozolo (hazard ratio [HR]: 0,797; p=0,0486). Nello specifico, i risultati hanno mostrato come nel braccio trattato con fulvestrant la mediana della Pfs fosse di 16,6 mesi contro i 13,8 mesi del braccio trattato con anastrozolo. Una conferma ulteriore che alle pazienti endocrinoresponsive non è più necessario proporre un trattamento chemioterapico. Da ricordare che gli inibitori dell'aromatasi, come l'anastrozolo, rappresentano l'attuale standard di cura nel trattamento di prima linea per le donne in post-menopausa con tumore al seno avanzato con recettori ormonali positivi (Hr+).

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