Farmaci e dintorni
05 Ottobre 2018Il Gruppo italiano per la stewardship antimicrobica (Gisa) avanza, nel corso di un convegno tenutosi a Capri, alcune proposte per migliorare l'utilizzo degli antibiotici, per favorire l'accesso a quelli di nuova formulazione diminuendo l'uso inappropriato, perciò inutile, degli stessi, e per ridurre il rischio infettivo dei pazienti in ospedale.
Quello delle infezioni ospedaliere è un capitolo gravoso per la sanità nazionale: su nove milioni di ricoverati negli ospedali italiani, ogni anno se ne registrano dai 450.000 ai 700.000 casi. Le infezioni colpiscono dal 5% all'8% dei pazienti ricoverati, in special modo quelli assistiti nelle terapie intensive; nell'1% dei casi tali infezioni sono mortali, con circa 7.000 decessi all'anno. L'impatto economico del fenomeno è stimabile in circa un miliardo di euro all'anno. Non solo, la resistenza agli antibiotici da parte di alcuni microrganismi rappresenta un ulteriore problema. Dati che descrivono una situazione ancora allarmante nel nostro Paese, con complicanze e morti, evitabili mettendo in pratica semplici regole di igiene, diagnosi rapida, accesso agevolato e regolato ai nuovi antibiotici (con lotta all'abuso di quelli esistenti) e ai vaccini. Esempi virtuosi arrivano dalle regioni Campania e Toscana.
«Oggi i nuovi antibiotici non sono considerati, a rigore di definizione, farmaci innovativi, in quanto rappresentano una evoluzione di farmaci già esistenti. Non godono quindi di percorsi che ne favoriscano un rapido e facile accesso e non hanno allocazione di risorse dedicate», spiega Francesco Menichetti, presidente Gisa; «la necessità di accedere a questi nuovi farmaci impone una revisione delle regole (scheda Aifa, restrizione prescrittiva) che non vada verso una insensata liberalizzazione bensì consideri procedure che permettano, definiti chiaramente gli ambiti di potenziale utilità, l'accesso rapido da parte di specialisti che trattano pazienti con infezioni gravi, per i quali tali farmaci potrebbero essere un salva-vita».
«Nel nostro Paese il livello di antibiotico-resistenza è fra i più elevati d'Europa, con una percentuale annuale di pazienti infetti fra il 7 e il 10%. Al momento non abbiamo purtroppo un sistema efficiente di rilevazione delle infezioni ospedaliere e non possiamo stimare con certezza l'impatto delle stesse sulla popolazione in ospedale; esistono però sistemi di rilevazione dell'antibiotico-resistenza abbastanza puntuali e che ci confermano che la situazione non è buona, soprattutto quanto riguarda i germi Gram negativi», aggiunge Stefania Iannazzo, medico responsabile della struttura semplice "Programmi vaccinali, AMR e ICA", Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute.
«Ancora troppo spesso gli antibiotici vengono utilizzati impropriamente, visto che per curare l'influenza l'antibiotico non serve», ricorda Pierluigi Lo Palco, docente di Igiene e medicina preventiva dell'Università di Pisa. «Ed è l'utilizzo improprio a far scattare le resistenze batteriche. Per questo è fondamentale vaccinarsi ed è importante che si vaccinino gli operatori sanitari. Insieme a quello per l'influenza, un altro vaccino per cui esistono evidenze molto chiare è quello contro lo Pneumococco, causa di infezioni batteriche molto gravi. L'uso massivo della vaccinazione non solo diminuisce il ricorso agli antibiotici per curare questo tipo di patologie, ma fa sì che vengano sempre più ridotti i ceppi di questo batterio, resistenti agli antibiotici».
In definitiva, conclude Menichetti, «per contrastare efficacemente queste specie di "microrganismi intelligenti" è necessaria non solo la ricerca, per lo sviluppo di nuove molecole che riescano a bypassare i meccanismi di resistenza dei batteri MDR, ma anche e soprattutto strategie di controllo delle infezioni, sorveglianza, buon uso degli antibiotici in ambito ospedaliero e territoriale, formazione, educazione di personale sanitario e dei cittadini anche mediante i nuovi mezzi di comunicazione e il coinvolgimento delle istituzioni».
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