Politica e Sanità
13 Febbraio 2014La Redazione riceve e pubblica la lettera di Mario Porcaro dottore commercialista esperto in crisi d’azienda, con cui risponde in merito alle affermazioni del presidente Carlo Ghiani presidente di Credifarma (cfr Farmacista33 11 febbraio 2014).
«Sono affermazioni davvero gravi e meritano una riflessione. È chiaro che sull’argomento “concordato preventivo” ci sia ancora una scarsa ed errata informazione, ed una necessità di sensibilizzare gli operatori di mercato sul punto ma il presidente Ghiani, prima di commentare lo strumento legislativo, lo dovrebbe quantomeno aver studiato.
Ciò che mi preme sottolineare è che le soluzioni concordatarie di composizione delle crisi d’impresa sono degli strumenti messi a disposizione dalla legge a favore degli imprenditori che attraversano un periodo di crisi, che hanno quale scopo essenziale di evitare il fallimento dell’impresa, nell’ottica eventualmente della continuità aziendale che mira al recupero dell’equilibrio economico-finanziario dell’impresa al fine di risanarla, seguendo un piano di ristrutturazione, così da potersi rimettere in gioco. Il recupero totale richiede logicamente del tempo e presuppone comprensione e disponibilità (ed, oserei anche un minimo di buon cuore), da parte dei creditori dell’imprenditore che accede alla procedura di concordato preventivo. Tale procedura costruisce le sue fondamenta sul confronto tra la soluzione concordataria rispetto all’ipotesi peggiore, ossia il fallimento. Alla base sussistono, dunque, valutazioni specifiche che vengono effettuate tenendo conto di una molteplicità di fattori. Non parlo solo di calcoli e di numeri, ma di una valutazione razionale e ragionevole sulle concrete possibilità che ha un’impresa in difficoltà di recuperare la forza economica persa. Dunque, la percentuale del 30%, nominata dal presidente Ghiani, non è un numero “campato in aria”, pensato per giocare con i creditori o tentare di mantenere a galla qualcosa, bensì scaturisce esattamente dal confronto con l’ipotesi più brutta per un impresa, il fallimento. Nel caso della farmacia fallita a Parma, i creditori prenderanno dal fallimento solo il 20% rispetto al 32% offerto dal concordato. Dunque, mi chiedo, se il presidente Ghiani non ritiene “accettabile” la percentuale offerta da un concordato preventivo, come potrà mai ritenere “accettabile” la minor percentuale ricavabile dall’unica alternativa possibile che è il fallimento?
A dimostrazione del fatto che la percentuale non è un numero “campato in aria”, il prossimo mese presenterò una proposta concordataria in continuità per un mio cliente che prevede la soddisfazione dei creditori chirografari addirittura al 70%. Nell’ipotesi alternativa, fallimentare, i creditori sarebbero soddisfatti al massimo al 50%. Come si può non ritenere conveniente ed accettabile tale proposta?
In altri termini, il presupposto fondamentale del concordato preventivo è offrire ai creditori una percentuale maggiore del proprio credito rispetto a quella ricavabile nel caso di fallimento. I fallimenti infatti hanno una serie di svantaggi che nessuno ha davvero ben presente: in primis, le possibilità di soddisfo, in particolare per i creditori chirografari, non sono in genere molto alte e con il tempo rischiano di ridursi ancor di più, se non addirittura annullarsi, in considerazione che le vendite all’asta non permettono di ricavare il massimo prezzo possibile. In secondo luogo, i tempi stimati per un fallimento sono di circa 10 anni, che al contrario in una procedura concordataria si riducono della metà. Infine, qualora il concordato è in continuità aziendale c’è la possibilità di continuare comunque il rapporto economico con la conseguenza che il circolo economico continua a funzionare a beneficio nel lungo periodo di tutti gli operatori della filiera produttiva (dai piccoli ai grandi fornitori, dalle banche agli altri intermediari finanziari, ai dipendenti, e allo Stato).
Il dato riportato dal presidente di Credifarma circa le 2.000 farmacie in crisi, tra l’altro sull’orlo del fallimento, è sicuramente un dato preoccupante: se fallissero il sistema legato al mondo della farmacia ne avrebbe sicuramente un danno, e questo accadrebbe a prescindere dai concordati preventivi. Il fallimento comporterebbe una decurtazione dei bilanci ben oltre il 70%, con alcuna possibilità di poter recuperare il sistema. Per non parlare dell’elevato numero di farmacie che verrebbero vendute all’asta, ad un prezzo bassissimo data la maggiore quantità offerta, con la conseguenza inevitabile di non riuscire a soddisfare gran parte dei debiti e con il deprezzamento anche delle Farmacie in bonis.
Le soluzioni concordatarie, al contrario, rappresentano il modo migliore per poter risolvere l’empasse in cui si trovano le farmacie attualmente. D’altronde, questa è la coda di un periodo di crisi che iniziava a far sentire i suoi sintomi già prima del 2013, anno in cui la recessione economica italiana si è acuita. Non è la strada giusta accanirsi contro strumenti così importanti che il legislatore ha predisposto appositamente per evitare i default e permettere, laddove ne sussistano i giusti presupposti, di riassestare attività che sono ancora in grado di produrre valore per sé e per il sistema nel suo complesso».
Mario Porcaro
Studio Porcaro Commercialisti & Avvocati di Benevento
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