Vitamina D e Covid-19: un punto sulla correlazione con la gravità della malattia
Qual è l'associazione fra l'infezione da SARS_CoV2 e l'assunzione di vitamina D? Un punto sulle evidenze riguardo al ruolo dell'ormone nei confronti di Covid-19
La carenza di vitamina D è uno dei principali problemi a livello globale. Si tratta di una molecola i cui livelli sono per lo più assicurati dalla conversione nella pelle della molecola 7-deidrocolesterolo a provitamina D3, e poi a vitamina D3, ad opera dei raggi UVB. L'esposizione al sole è quindi la fonte principale endogena, mentre alcuni alimenti, che ne contengono buone quantità (pesce, olio di pesce, tuorlo d'uovo), sono considerati una fonte esogena che concorre comunque all'apporto globale. Adeguati livelli plasmatici dell'ormone sembrano avere effetti benefici nei confronti delle infezioni delle vie respiratorie, in maniera particolare del tratto superiore.
Conseguenze della carenza ed effetti della supplementazione
Il dibattito sulle conseguenze della carenza e sull'efficacia della supplementazione e della possibilità che un deficit di vitamina D possa avere un ruolo nell'influenzare la severità della malattia Covid19, sia in termini di ospedalizzazione sia in termini di mortalità, ha riportato questa vitamina al centro dell'interesse durante la pandemia, che al 6 giugno 2021 aveva fatto registrare un numero di contagi, nel mondo, superiore a 170 milioni e i decessi a più di 3 milioni, soprattutto fra la popolazione anziana. È stata recentemente pubblicata una revisione completa e una meta-analisi che ha valutato le attuali evidenze su Covid-19 e vitamina D, in termini di gravità della malattia e mortalità. Le indagini che fino ad oggi hanno valutato l'effetto di una integrazione mirata su gli esiti della malattia sono inconcludenti, dicono gli autori: mentre alcuni studi osservazionali su pazienti ospedalizzati hanno dimostrato una riduzione della gravità ed anche della mortalità in pazienti che assumevano colecalciferolo o calcifediolo (prodotto nel fegato per idrossilazione del colecalciferolo), un altro studio ha descritto addirittura una tendenza contraria e cioè un aumento della mortalità nei pazienti che prendevano calcifediolo.
Aumentare i meccanismi di difesa innati
L'associazione tra Covid-19 e vitamina D potrebbe dipendere dalla capacità di aumentare i meccanismi di difesa innati contro gli agenti patogeni da pare della vitamina e dalla capacità di inibizione della risposta infiammatoria. Coinvolto nella genesi dell'infezione, per esempio, l'enzima 2 di conversione dell'angiotensina (ACE2) è il principale recettore della cellula ospite per SARS-CoV2; si trova sulle membrane cellulari delle cellule polmonari, dei reni, del cuore, della muscolatura liscia nasale, vascolare e delle cellule endoteliali. L'ingresso virale richiede sia una rapida replicazione virale che una down-regulation dell'enzima, riduzione di solito associata a danno cardiopolmonare, renale nonché ad ARDS (acuta sindrome da distress respiratorio), tutti eventi che si verificano in casi gravi di Covid-19. La metanalisi è stata condotta su 38 studi ritenuti eligibili (fra osservazionali e di intervento), che nel complesso hanno coinvolto più di 200000 pazienti. Le conclusioni a cui sono giunti gli autori non sono definitive perché i dati ad oggi disponibili non sono sufficienti a stabile un sicuro nesso da causalità, dicono nei commenti. Nel complesso, tuttavia, è emerso che l'integrazione di vitamina D può ridurre il rischio sia di sviluppare una malattia grave, in termini di ricovero in terapia intensiva o di necessità di ventilazione, sia di mortalità, rispetto ai pazienti che non hanno una supplementazione. Non si può dire comunque che una carenza aumenti i rischi, anche perché ci sono altri fattori che possono influire sulla mortalità o sulla severità della malattia, fra cui il tipo di trattamento adottato e la disponibilità di cure negli ospedali. Saranno quindi necessari studi randomizzati controllati, concludono gli autori, per chiarire definitivamente il ruolo della vitamina D nel complesso quadro clinico sviluppato da Covid-19.
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A cura di Paolo Levantino - Farmacista clinico
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