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Fitoterapia

26 Giugno 2024

Uso di piante terapeutiche nei grandi primati

In natura si osservano grandi primati che masticano, ingeriscono o utilizzano in qualche modo piante con proprietà terapeutiche. Uno studio documenta l'uso di sostanze vegetali biologicamente attive per il trattamento attivo delle ferite nei grandi primati


Uso di piante terapeutiche nei grandi primati

L'automedicazione negli animali non umani, benché difficile da documentare, è supportata da molteplici osservazioni in diverse specie, specialmente nei primati. Si osservano comportamenti come l'ingestione di foglie intere per trattare disturbi interni. Lo sfregamento del pelo con sostanze specifiche è comune nei grandi primati africani, oranghi, e altre specie in Africa e nelle Americhe. Non è la prima volta che si osservano primati in natura che masticano, ingeriscono o utilizzano in qualche modo piante con proprietà terapeutiche. Questo studio (1) rappresenta la prima documentazione sistematica dell'uso di sostanze vegetali biologicamente attive per il trattamento attivo delle ferite nei grandi primati. È la prima osservazione di un animale selvatico che cura la propria ferita con una pianta medicinale in modo diverso, indicando una chiara intenzionalità nel suo comportamento. L’orango maschio Rakus, un maschio di orango di Sumatra (Pongo abelii), dopo aver subito una ferita facciale, ha usato le foglie di una liana, la Fibraurea tinctoria, nota localmente come Akar Kuning, ampiamente utilizzata nella medicina tradizionale in Sud-Est asiatico per le sue proprietà terapeutiche, analgesiche e antibatteriche compreso il trattamento di malattie come dissenteria e malaria. L’orango è stato osservato mentre staccava selettivamente, masticava e applicava ripetutamente il succo delle foglie masticate direttamente sulla sua ferita facciale per tre giorni per diversi minuti, coprendo l'intera ferita con un impasto di foglie masticate. Questo rappresenta un caso documentato di trattamento attivo delle ferite tramite piante con proprietà medicamentose. Questa nuova scoperta evidenzia l'intraprendenza e l'intelligenza adattativa di questi primati nel loro ambiente naturale, contribuendo alla nostra conoscenza del comportamento animale, dell'uso delle piante medicinali e delle potenziali origini evolutive della medicina umana. Negli oranghi del Borneo, l'ingestione di piante con proprietà mediche note è documentata, come nel caso di una giovane femmina che mangiava foglie e steli di zenzero per le sue proprietà antinfiammatorie e antibatteriche. Studi con guaritori tradizionali hanno rivelato che gli oranghi consumano le stesse parti di piante usate per trattare varie malattie. Questi comportamenti dimostrano un'ingegnosa capacità di autogestione della salute tra gli animali non umani, indicando un'evoluta comprensione delle proprietà medicinali delle piante nel loro ambiente. Questa osservazione non solo arricchisce la nostra comprensione dell'automedicazione animale, ma fornisce anche un ponte interessante verso le pratiche mediche umane tradizionali, sottolineando la profonda interazione tra specie e l'uso di risorse naturali per la cura della salute. L'analisi farmacologica di Fibraurea tinctoria ha rivelato la presenza di componenti chimici significativi con vasti benefici per la salute. Questi includono furanoditerpenoidi, noti per le loro proprietà antibatteriche, anti-infiammatorie, antifungine, antiossidanti e anticarcinogeniche. La pianta contiene anche alcaloidi protoberberinici, con un'ampia gamma di effetti terapeutici come analgesici, anticonvulsivanti e antitumorali. Sono presenti anche composti specifici come la jatrorrizina e la palmatina, che offrono benefici che vanno dalle proprietà antidiabetiche alle antivirali. Le analisi chimiche confermano che la Fibraurea tinctoria ha proprietà che possono alleviare il dolore, ridurre l'infiammazione e accelerare la guarigione delle ferite, supportando l'idea che l'uso della pianta da parte di Rakus fosse una forma intenzionale di automedicazione. Questo comportamento non solo suggerisce un'astuta capacità di utilizzare risorse naturali per il trattamento medico, ma solleva anche importanti domande sull'evoluzione delle pratiche di automedicazione negli animali non umani. Tendiamo a dimenticare che la medicina moderna ha radici profonde in un sapere arcaico sviluppatasi milioni di anni fa in vari habitat. Un meccanismo comune di riconoscimento e applicazione di sostanze medicinali sulle ferite potrebbe risalire al nostro ultimo antenato comune, indicando l'antichità e l'importanza evolutiva di tali pratiche. Da un punto di vista evolutivo, questo caso fornisce una finestra su come i nostri antenati potrebbero aver sviluppato la loro “farmacia naturale”.

Eugenia Gallo
CERFIT
AOU Careggi, Firenze

TAG: FITOTERAPIA

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