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Politica e Sanità

09 Ottobre 2013

Rapporto Assobiomedica, settore dispositivi a rischio per tagli


“Produzione, ricerca e innovazione nel settore dei dispositivi medici in Italia”: l’ultima edizione del rapporto annuale sul tema mostra un panorama in chiaroscuro, che risente della crisi ma lascia intravedere qualche segnale positivo. Curato dal Centro studi di Assobiomedica in collaborazione con Intesa San Paolo, il documento è stato presentato ieri a Roma, in occasione del congresso “Ricerca e innovazione in Sanità per la crescita del Paese. Opportunità di sviluppo dal settore dei dispositivi medici”. Fitto di cifre, il rapporto è il frutto di un’analisi approfondita del settore, in cui operano 3.037 imprese, di cui 1.118 si occupano di produzione, con un fatturato complessivo di 7 miliardi di euro. Queste aziende sono un’importante risorsa anche dal punto di vista occupazionale e danno lavoro a 60.000 persone. Negli ultimi anni, ci sono state non poche difficoltà: 84 imprese hanno chiuso i battenti tra il 2010 e il 2011 e ben 132 nel 2012; tuttavia la produzione è aumentata e, grazie al calo delle importazioni e all’aumento delle esportazioni (che sono passate negli ultimi tre anni da 5,1 a 5,9 miliardi di euro), la bilancia commerciale è prossima al pareggio. Il settore mostra una forte concentrazione e cinque grandi regioni dell’Italia centrale e settentrionale riuniscono il 70% delle imprese: sono la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Lazio, il Veneto e la Toscana. Il presidente di Assobiomedica Stefano Rimondi, intervenendo al convegno, ha però lanciato l’allarme su un fattore che rischia di mettere in crisi non solo l’industria dei dispositivi biomedici, ma lo stesso mantenimento del sistema sanitario nazionale: la riduzione di investimenti in ricerca e i tagli alla spesa sanitaria, passata dal 7,2% al 6,7% del Pil. Il ritardo nei pagamenti delle aziende resta poi un problema irrisolto, che indebolisce il settore: «solo il 28% della clientela pubblica – ha dichiarato Rimondi - si è adattata alla normativa europea sul pagamento a 60 giorni… e si è passati da oltre 300 giorni di ritardo a circa 260. La montagna ha partorito un topolino».

Renato Torlaschi

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